giovedì 13 agosto 2009

Don Lorenzo Milani e la signora

Cara signora,

lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.
Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”.
Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.

la timidezza
Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non esser visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sé. Gli operai poi non se ne parla.
Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro.
Forse non è né viltà né eroismo. È solo mancanza di prepotenza.

I montanari

la pluriclasse
Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto.
È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini.

scuola dell’obbligo
Finite le elementari avevo diritto a altri tre anni di scuola. Anzi la Costituzione dice che avevo l’obbligo di andarci. Ma a Vicchio non c’era ancora scuola media. Andare a Borgo era un’impresa. Chi ci s’era provato aveva speso un monte di soldi e poi era stato respinto come un cane.
Ai miei poi la maestra aveva detto che non sprecassero soldi: “Mandatelo al campo. Non è adatto per studiare”.
Il babbo non le rispose. Dentro di sé pensava: “Se si stesse di casa a Barbiana sarebbe adatto”.

Barbiana
A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era “negato per gli studi”.
Ma noi eravamo di un altro popolo e lontani. Il babbo stava per arrendersi. Poi seppe che ci andava anche un ragazzo di S. Martino. Allora si fece coraggio e andò a sentire.

il bosco
Quando tornò vidi che mi aveva comprato una pila per la sera, un gavettino per la minestra e gli stivaloni di gomma per la neve.
Il primo giorno mi accompagnò lui. Ci si mise due ore perché ci facevamo strada col pennato e la falce. Poi imparai a farcela in poco più di un’ora.
Passavo vicino a due case sole. Coi vetri rotti, abbandonate da poco. A tratti mi mettevo a correre per una vipera o per un pazzo che viveva solo alla Rocca e mi gridava da lontano.
Avevo undici anni. Lei sarebbe morta di paura. Vede? Ognuno ha le sue timidezze. Siamo pari dunque.
Ma solo se ognuno sta a casa sua. O se lei avesse bisogno di dar gli esami da noi. Ma lei non ne ha bisogno.

i tavoli
Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a accorgersi che uno era un po’ più grande e insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io.

il preferito
La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare.
Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.

la ricreazione
Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica.
Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che veniva a visitarci faceva una polemica su questo punto.
Un professore disse: “Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsico…”.
Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all’Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabellone.
Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: “La scuola sarà sempre meglio della merda”.

i contadini nel mondo
Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla.
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Ma siamo un miliardo e novecento milioni. Sei ragazzi su dieci la pensano esattamente come Lucio. Degli altri quattro non si sa.
Tutta la vostra cultura è costruita così, come se il mondo foste voi.

ragazzi maestri
L’anno dopo ero maestro. Cioè lo ero tre mezze giornate la settimana. Insegnavo geografia matematica e francese a prima media.
Per scorrere un atlante o spiegare le frazioni non occorre la laurea.
Se sbagliavo qualcosa poco male. Era un sollievo per i ragazzi. Si cercava insieme. Le ore passavano serene senza paura e senza soggezione. Lei non sa fare scuola come me.

politica o avarizia
Poi insegnando imparavo tante cose.
Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.
Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare né agli altri né a me stesso. Mi toccava esser generoso anche quando non ero.
A voi vi parrà poco. Ma coi vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada.

I ragazzi di paese

contorti
Dopo l’istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche ragazzi di paese. Tutti bocciati, naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.
Il maestro per loro era dall’altra parte della barricata e conveniva ingannarlo. Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c’era registro.

il galletto
Anche nel sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.
Comunque sul principio era l’unica materia scolastica che li svegliasse. Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio. Due pagine erano tutte consumate.
Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s’è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un altra volta.

le bambine
Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente.
È razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori.

Sandro e Gianni
Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l’avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico alla lettura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.
Né l’uno né l’altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l’officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.
Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. È stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. Sandro se ne ricorderà per sempre. Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

la Piccola Fiammiferaia
La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.
Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.
Per esempio in prima gli avreste riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda e terza leggete roba scritta per adulti.
Gianni non sapeva mettere l’acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull’ultima guerra si teneva quatt’ore senza respirare.
A geografia gli avreste fatto l’Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.

non ti sai esprimere
Sandro in poco tempo s’appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e prima. A giugno il “cretino” si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.
Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l’odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi in seguito a fargli amare anche il resto.
Ma agli esami una professoressa gli disse: “Perché vai a una scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?” “…..”.
Lo so anch’io che Gianni non si sa esprimere.
Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l’avete buttato fuori di scuola l’anno prima.
Bella cura la vostra.

senza distinzioni di lingua
Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: “Non si dice lalla, si dice aradio”.
Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.
“Tutti i cittadini sono uguali senza distinzioni di lingua”. L’ha detto la Costituzione pensando a lui.

burattino obbediente
Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione. E Gianni non è più tornato neanche da noi.
Non ce ne diamo pace. Lo seguiamo di lontano. S’è saputo che non va più in chiesa, né alla sezione di nessun partito. Va in officina e spazza. Nelle ore libere segue le mode come un burattino obbediente. Il sabato a ballare, la domenica allo stadio.
Voi di lui non sapete neanche che esiste.

l’ospedale
Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete.
L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi.
Meglio passar da pazzi che esser strumento di razzismo.


(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, pagg. 9-20, Libreria editrice fiorentina 1967)

Scrittori Vassalli, la pensione minima del mascalzone

"Abolito il tramonto individuale degli oscuri languori / si deve tramontare tutt'insieme tenendosi per mano / Tramontare più piano.."

Prima di cominciare a leggere l'articolo qui sotto delquale sottolineerò i passi - sappiate che i versi sovrastanti sono di Sebastiano Vassalli (belli e dannati) e che lo stesso Vassalli si ritirò dall'insegnamento ai fatali sedicianni+seimesi+ungiorno con la pensione minima... per dedicarsi alla scrittura, che bravo! Altro che quel fesso di Milani! ah ah Ovviamente Vassalli è di sinistra o lo era fortemente. Si ritirò in una Barbiana personale, in campagna, a vivere della "pensione minima" ah ah - realizzando il vero sogno piccolo-medio-alto borghese del poeta e conto in banca / l'inizio del Creato (e del Creatore), sicuro dei successi futuri e della sine cura presente, farsi i' cazzi sua.
Due figli di papà, Sebastiano e Lorenzo, ma che storie divergenti!

Michele A. Cortelazzo «Corriere del Ticino», sabato 19 settembre 1992, p. 37>A cavallo tra giugno e luglio si è consumata nei giornali una delle tante polemiche culturali dell'estate, in tutto simili, per il loro sorgere improvviso e l'altrettanto improvviso chetarsi, ai temporali estivi. Questa volta è toccato alla figura di don Lorenzo Milani, messa in discussione da un articolo di Sebastiano Vassalli apparso su «Repubblica» del 30 giugno, col titolo, che è tutto un programma, «Don Milani, che mascalzone». Vassalli sottolinea punti deboli, certamente demagogici o insensati, della pedagogia di don Milani [lo coglie in contraddizione il sinistro scrittore-poeta](ad es. la proposta di abolire la matematica dalle magistrali perché per insegnare questa materia ai bambini sarebbero sufficienti le nozioni apprese alle elementari; l'idea di poter ridurre la pedagogia ad una paginetta; l'uso del giornale finalizzato a puri scopi di indottrinamento; la teorizzazione dell'utilità didattica delle punizioni corporali ecc.), o individua nel libro più famoso non di don Milani, bensì della sua scuola, Lettera a una professoressa, una delle cause del degrado che la scuola italiana avrebbe subito dopo il '68 e giunge così a quella demolizione della figura educativa di don Milani che era preannunciata dal titolo. E, nel chiudere la polemica (il successivo 4 luglio sullo stesso giornale) Vassalli afferma che i sostenitori di quel libro, se solo lo leggessero o lo rileggessero, si accorgerebbero che i suoi contenuti non sono più difendibili di quanto lo siano, oggi, le economie pianificate dei Paesi dell'Est o la rivoluzione culturale cinese.[miezzega!]

A me pare, invece, che quel libro, che ho letto e riletto più volte in questi anni, sia ancora difendibile, e proprio per ragioni che riguardano questa rubrica.

Ad un recente convegno ho sostenuto, argomentandolo con ampiezza maggiore di quella che mi posso concedere qui, che Lettera a una professoressa possa essere letto ancora oggi come un manuale di scrittura e come un esempio di scrittura. Don Milani è riuscito a far scrivere ai suoi allievi un libro di rara efficacia, e questo mentre nelle scuole 'regolari' d'Italia gli scolari perdevano il loro tempo, e inaridivano la loro eventuale capacità di scrittura, in temi dai titoli surreali come «Parlano le carrozze ferroviarie». Ebbene, aver fatto raggiungere questo risultato a dei giovani contadini e montanari mi pare un merito non da poco. Vassalli, in realtà, non crede che Lettera a una professoressa sia stata scritta dagli allievi, bensì da don Milani stesso: ma non c'è da dargli retta, fino a quando non ci spiegherà perché allora nell'epistolario di don Milani ci sono numerose narrazioni del difficile processo di stesura collettiva di quella lettera (tutte invenzioni?).

Ed è invece proprio l'esposizione delle modalità del processo di scrittura, contenuta anche nella Lettera a una professoressa, l'aspetto tuttora vitale del libro: io credo che tutti gli insegnanti e tutti coloro che scrivono per professione, qualunque essa sia, dovrebbero ricordare sempre quel che Lettera a una professoressa dice a proposito dello scrivere: che è un'arte, benché fatta d'una tecnica piccina; che come ogni tecnica è insegnabile e che per insegnarla non sono necessari strumenti sofisticati, ma la costante attenzione a certe piccole, banali operazioni (trovare le idee, cercare un filo logico con cui ordinarle, articolare il testo in capitoli e paragrafi, dare un titolo ai paragrafi, per provare che si tratti effettivamente di sotto-unità complete ed autonome ecc.): tutte cose che, magari con altre parole, più difficili, oggi dicono pedagogisti e insegnanti impegnati a far uscire dalla scuola non dei giovani ideologizzati o infatuati, ma dei giovani che sappiano fare alcune cose, e fra queste scrivere.

Don Milani ha insegnato, insomma, ai suoi allievi, e i suoi allievi ricordano a noi, quella tecnica piccina che dovrebbe essere coltivata con solerzia e umiltà da tutti gli scriventi - compresi (riprendo temi e geremiadi ormai note ai lettori di questa rubrica) i burocrati ministeriali, che anche in questi giorni hanno fornito illustri esempi di incapacità scrittorie (segnalo solo i nuovi esami teorici per la patente che hanno portato alla bocciatura di un gran numero di candidati, ma non si capisce se per ingiustificata ignoranza delle norme stradali o per giustificatissima incapacità di comprendere il ministerialese). Vassalli si stupisce che, negli anni Novanta, ci siano ancora così tante persone che fanno di don Milani un mito; chissà se anch'io, scrivendo queste poche righe, ho dimostrato di vivere di un mito. Se anche così fosse, però, non mi spiacerebbe; in questi anni di crisi, ancora peggiori dei «banali anni Ottanta» (per usare proprio una definizione di Vassalli), essere in grado di accendersi per un mito mi pare una bella cosa.


post scriptum
banali anni Ottanta nei quali il nostro Sebastiano andava in pensione in giovane età e s'iscriveva al grande libro dei paraculi.

processi

Leggendo google sto al mondo vigile presente. Ogni contenuto posso vederlo insieme nella precarietà assoluta e nel relativo contesto, il senso ultimo viene da questo modo, il processo lo dice.


talk esami


come fu scritto "Lettera ad una professoressa"
Adele Corradi

Nel 1963 aveva poco meno di quarant’anni e insegnava Lettere in una scuola media. Le parlò di don Milani la sua preside, moglie del giudice Marco Ramat, uno dei fondatori di Magistratura democratica. Era appena stata varata la riforma della media: obbligo fino a 14 anni, niente più avviamento al lavoro, scuola uguale per tutti, come dettava la Costituzione. Un giorno di settembre salì a Barbiana, lì quel sacerdote proveniente dalla buona borghesia, di solida cultura classica e laica, madre ebrea, convertitosi a vent’anni e ordinato a ventiquattro, sperimentava da un decennio il nuovo sistema. Le avevano detto di fare in fretta, perché gli era stato diagnosticato il morbo di Hodgkin e gli restavano tre mesi di vita.

Quella mattina don Milani e i suoi ragazzi stavano tentando un esperimento: una lettera collettiva agli alunni di un altro grande innovatore, il maestro Mario Lodi. Quel modello di scrittura venne praticato altre volte fino a sfociare nella Lettera a una professoressa. Nel frattempo la Corradi si era trasferita a Barbiana, aveva affittato una stanza vicino alla chiesa. Don Lorenzo stava male, ma le cure avevano dato risultati e smentito le previsioni più infauste. «La scrittura della Lettera iniziò a fine estate del 1966», racconta la Corradi. «Due ragazzi erano stati bocciati agli esami». Due ragazzi figli di povera gente, a uno dei quali si deve la pagina iniziale: «Cara Signora, lei di me non si ricorderà nemmeno il nome». «Don Lorenzo era spesso a letto, si alzava solo la domenica per la messa. Poi da gennaio non si alzò più. La scrittura collettiva funzionava così: ognuno appuntava delle idee su un foglietto, poi i foglietti venivano accumulati e discussi uno per uno. Si limava, si toglieva il superfluo e si cercavano le parole più efficaci, comprensibili anche all’ultimo degli alunni. Un giorno proposi di inserire un concetto: non limitiamoci a dire agli insegnanti di non bocciare, diciamo che devono anche insegnare. Don Lorenzo mi guardò e disse: "Non va bene. Gli insegnanti devono insegnare. Se non insegnano vanno all’inferno". Giancarlo, un ragazzo di 15 anni, si occupò delle statistiche. A darci una mano venne Giuseppe Matulli, che lavorava all’Istat e che ora è vicesindaco di Firenze. Fu don Lorenzo a trasformare quelle tabelle in disegnini a colori. E fu sempre lui a scrivere il capitoletto sull’Italia contadina assente da quel Parlamento che aveva approvato la riforma della media, con la destra che proponeva più latino, la sinistra più scienza, topi di museo i primi, topi di laboratorio i secondi, li chiamava: "Lontani gli uni e gli altri da noi che non si parla e s’ha bisogno di lingua d’oggi e non di ieri, di lingua e non di specializzazioni"».

Don Lorenzo e i ragazzi lavorarono alla lettera per nove mesi. «Barbiana era una scuola aperta dodici ore al giorno, tutto l’anno», racconta Pecorini. Lui, giornalista dell’Europeo, conobbe il prete nell’estate del 1958, quando la Civiltà Cattolica stroncò Esperienze pastorali, precedendo il decreto del Sant’Uffizio che ne voleva vietare la vendita. «Gli mandai un telegramma e dopo due giorni mi fece telefonare. Arrivai a Barbiana mentre faceva scuola. Senza sollevare la testa da un libro, don Milani sibilò: "Questo è l’imbecille che ci ha mandato il telegramma". Rimasi di sasso. Ma a Barbiana non si distribuiva la posta, non c’erano telefono ed elettricità. Era arrivato un avviso e lui si era allarmato. Qualcuno era sceso a Vicchio e aveva dovuto pagare una multa salata».

La scuola era uno stanzone accanto alla chiesa. Alle pareti, ricorda Pecorini, una libreria costruita dai ragazzi. Poi tavolacci d’osteria, carte geografiche e tabelle sulla decolonizzazione in Africa e in Asia, uno schema del Parlamento, foto di Gandhi e di bambini neri. Più tardi comparve la scritta: «I care». Qualche volta spuntava un gigantesco spartito: «I ragazzi ascoltavano Beethoven e don Lorenzo con una bacchetta li invitava a seguire la musica». La musica, le lingue straniere (poca grammatica, molto uso), saper costruire uno scaffale: erano pilastri pedagogici. Come scrivere e leggere collettivamente. Oppure far scuola fra loro, i più grandi che diventano maestri dei più piccoli. «Niente libri di testo, ma per ogni materia anche cento libri, e poi i giornali, commentati a fondo». Da una porta si entrava nella stanza dove dormiva il priore. Al piano di sopra vivevano Leda, la perpetua, e Michele e Francesco (Francuccio) Gesualdi, che vissero a Barbiana fino alla morte di don Lorenzo. (Michele è diventato sindacalista della Cisl e presidente della Provincia di Firenze, Francuccio è stato fondatore della Rete Lilliput, e ora esce un suo libro Il mercante d’acqua - Feltrinelli, pagg. 132, euro 8).

Quando il libro fu finito, don Lorenzo si era trasferito dalla madre a Firenze, dove continuava a lavorare con i ragazzi. «Venne a trovarlo il proprietario della Libreria editrice fiorentina, che stampò la Lettera in cinquemila copie», racconta la Corradi, «e lui gli disse "ti basteranno per una settimana"». Della Lettera si fecero nuove edizioni, ma don Lorenzo non c’era più. Una copia l’aveva regalata ad Adele con la dedica: «Poi finalmente trovammo una professoressa diversa da tutte le altre che ci ha fatto tanto del bene».

scrittura collettiva

Cimentarsi col metodo imparato a Barbiana: annotando sui foglietti i pensieri sparsi di ciascuno e facendo dei foglietti affini blocchetti, destinati a diventare capitoli, suddivisi all’interno in paragrafi. A quel punto, come raccontava don Milani, teorizzando il concetto della scrittura collettiva: «Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili. Si accettano consigli per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza».
Lorenzo Milani a far da regista.

don Lorenzo insegnante

Don Lorenzo poteva sostenere la sua visione del mondo radicale perchè era credente, ed era sostenuto da una ideologia, una condizione sociale, uno stile di vita?

quel volume «non deve esser letto come un ricettario, ma come un atteggiamento etico». «Spesso gli amici (...) insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi (...)», annota don Milani in Esperienze pastorali, pubblicato nel 1958, quattro anni dopo l’arrivo a Barbiana. «Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola».

Dopo l'istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche i ragazzi di paese. Tutti bocciati naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.

Il maestro per loro era dall'altra parte della barricata e conveniva ingannarlo.
Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c'era registro.
Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.

Comunque sul principio era l'unica materia scolastica che li svegliasse.
Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio.
Due pagine erano tutte consumate.

Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s'è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un'altra volta.

Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori.

Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente.

E' razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori.

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino.

Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.

Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.

Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.

Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita.

Sandro se ne ricorderà per sempre.

Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.

Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose estano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.

Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda ed in terza leggete roba scriba per adulti.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese.

Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare.

A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo.

Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.

Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto.

Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere.

Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima.
Bella cura la vostra.

Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.

Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi.

Appartiene alla ditta.

Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio.

Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.

"Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua"; . L'ha detto la Costituzione pensando a lui.


(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, LIBRERIA ed. fiorentine, Firenze, pp 16-19
"Questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. E' un invito ad organizzarsi. A prima vista sembra scritto da un ragazzo solo. Invece gli autori siamo otto ragazzi della scuola di Barbiana. Altri nostri compagni che sono a lavorare ci hanno aiutato la domenica. Dobbiamo ringraziare prima di tutto il nostro Priore che ci ha educati, ci ha insegnato le regole dell'arte e ha diretto i lavori. Poi moltissimi amici che hanno collaborato in altro modo: Per la semplificazione del testo, vari genitori. Per la raccolta dei dati statistici, segretari, insegnanti, direttori, presidi, funzionari del Mi- nistero e dell'ISTAT, parroci. Per altre notizie, sindacalisti, giornalisti, amministratori comunali, storici, statistici, giuristi. " - dopo la pagina del titolo)

lunedì 10 agosto 2009

Una professoressa

La cultura per pochi e l'intelligenza di Don Lorenzo e la professoressa Spadoni


La sua vita http://sfs.azionecattolica.it/index.php/don-lorenzo-milani-e-la-scuola-di-barbiana/la-sua-vita/

La famiglia

Classe ’23, Lorenzo Milani è uno dei rampolli di una delle famiglie più ricche e sofisticate dell’alta borghesia intellettuale fiorentina. Una famiglia che per secoli ha sfornato docenti universitari e scienziati, filologi, linguisti, chimici. E la religione? La famiglia ha sostanzialmente un atteggiamento noncurante, agnostico, laico. Nel 1933 i coniugi Milani, che erano sposati civilmente, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i tre figli, per timore delle leggi razziali.

Lorenzo è un signorino, spesso malaticcio, che riceve un’educazione intellettuale di altissimo livello, ma a scuola è un pessimo scolaro. Rimandato in quinta ginnasio, decide, inusitatamente, di saltare una classe: si presenta agli esami di ammissione in terza liceo da privatista e… li supera grazie ad un geniale tema di italiano.

Il pittore

Nel ‘41 la guerra anticipa la chiusura delle scuole. Lorenzo viene dichiarato maturo ma rifiuta d’andare all’università come tradizione per i Milani. Manifesta l’intenzione di dedicarsi alla pittura. Il padre la ritiene “una bambinata”. In ogni caso, detto fatto. Si firma “Lorenzino dio e pittore”. Un giovane adolescente con manie di onnipotenza.
È tempo di guerra e di fame. Lorenzo, mentre dipinge, si mette a mangiare un panino. Subito una donna del popolo lo apostrofa: “Non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri!”. Lorenzo comincia a prendere le distanze dalle “mollezze” signorili ereditate dalla famiglia.
È proprio per la sua passione di pittore, attraverso una ricerca sui colori della liturgia cattolica, che Lorenzo si avvicina in qualche modo alla Chiesa. A Gigliola nel ‘42 trova un vecchio messale. “Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?”, scrive all’amico Oreste Del Buono.

La conversione

3 giugno ‘43 incontra don Raffaele Bensi, che ne diventerà il direttore spirituale. “Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo.” Così lo ricorda don Bensi nelle sue memorie, e continua: “quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire. e così fu”
Al capezzale di un giovane sacerdote, Lorenzo annuncia a don Bensi: “Io prenderò il suo posto” . Entra al seminario di Cestello in Oltrarno il 9 novembre ‘43. Non mancano contrasti già in seminario col rettore e col vicario generale della diocesi.

La famiglia non approva la scelta di vita religiosa del figlio. Alla cerimonia della tonsura, l’atto d’ingresso alla vita ecclesiastica, nessuno dei parenti sarà presente.
Il 13 luglio ‘47 a Santa Maria del Fiore viene ordinato sacerdote.

Esperienze pastorali

È una giornata di pioggia il 9 ottobre del ‘47, nel grosso borgo operaio di San Donato di Calenzano arriva il giovane cappellano don Milani che dovrà dare una mano al vecchio parroco Daniele Pugi.
È un periodo affascinante, che lo vede circondato da un centinaio di giovani a cui fa scuola (la scuola popolare, da lui “inventata” per avvicinare i giovani e per evangelizzarli educandoli), vive le miserie materiali e spirituali della gente del luogo. Uomini e donne chiusi nella loro solitudine, contadini smaniosi di andare in città, operai sfruttati e oppressi da tanti padroni. A San Donato il nuovo cappellano è atteso con tanta speranza e gioiosa trepidazione. Dopo il suo arrivo Lorenzo scrive alla madre: “Sicché ora sono felice e vorrei che tu lo fossi anche te”.
La Scuola Popolare era una risposta unificante alla divisione politica e culturale interna al popolo e sostituiva all’agonismo del pallone e delle mode, il piacere di sapere. La scuola c’era tutte le sere. Cominicava alle 20:30 e andava avanti fino ad esaurimento. Gli argomenti erano vari: storia dei partiti, del sindacato, delle religioni, musica, filosofia, astronomia, medicina, problemi di attualità. Ma la materia principale era la lingua: la padronanza della parola. La scuola offriva una risorsa di cui tutto il popolo aveva bisogno, credenti e non credenti.

“con la scuola non li potrò far cristiani, ma li potrò far uomini; a uomini potrò spiegare la dottrina e su 100 potranno rifiutare in 100 la Grazia o aprirsi tutti e 100, oppure alcuni rifiutarsi e altri aprirsi. Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati del mio popolo, ma del numero degli evangelizzati. Mi ha affidato un Libro, una Parola, mi ha mandato a predicare e io non me la sento di dirgli che ho predicato quando so che per ora non ho predicato, ma ho solo lanciato parole indecifrabili contro muri impenetrabili, parole di cui sapevo che non sarebbero arrivate e che non potevano arrivare.” (da Esperienze pastorali”)

Il fatidico 18 aprile ‘48: la Dc alle elezioni, grazie anche alla mobilitazione delle parrocchie, stravince. Don Milani attraversa un paio di tornate elettorali non senza contrasti, pur attenendosi al diktat di far votare i cristiani della parrocchia per la Dc.

Barbiana

Il 12 settembre 1954 muore Daniele Pugi, il “babbo-proposto”. Il contrasto tra don Lorenzo e gli altri preti dei dintorni emerge in modo violento. Don Milani viene esiliato: è nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, una piccolissima parrocchia sul monte Giovi, 475 metri sul livello del mare nei monti del Mugello, sopra Firenze. Il 6 dicembre 1954, ancora una giornata di pioggia, arriva a Barbiana.
Barbiana non può essere definito un paese e a rigore nemmeno un villaggio. A Barbiana c’è solo una chiesa, che doveva essere chiusa, con addossate alcune case; altre case, che compongono la parrocchia, sono disseminate lungo la via e i vari sentieri del monte Giovi. A Barbiana non c’è la strada, non c’è la luce, non c’è l’acqua. Irraggiungibile da automezzi. Don Milani acquista subito un posto nel piccolo cimitero di montagna, dove poi verrà sepolto con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna.
Il giorno dopo il suo arrivo fonda una nuova scuola per i suoi ragazzi “montanini”, dove i poveri imparano la lingua che sola li può render uguali, loro che per ragioni economiche e geografiche erano fortemente svantaggiati rispetto ai ragazzi di città
Un’esperienza unica nel suo genere e forse irripetibile. Sono molti gli intellettuali attratti dalla figura di don Milani e dalla sua scuola. Numerose le visite a Barbiana: da Pietro Ingrao al teorico della nonviolenza Aldo Capitini.
Molte però anche le critiche, dal mondo ecclesiastico e da quello laico

Prete scomodo

Nel ‘58 viene pubblicato Esperienze pastorali con l’imprimatur del cardinale. Il tema di fondo è la nuova pastorale utile a ricostruire un rapporto con la classe operaia, con i poveri. Tra gli estimatori del capolavoro di don Lorenzo: Luigi Einaudi, don Primo Mazzolari, monsignor Giulio Facibeni. Il libro suscita non poche polemiche. Il Sant’Uffizio ordina il ritiro dal commercio dell’opera e ne proibisce ristampa e traduzione perché il testo è giudicato “inopportuno”.

Il 28 ottobre ‘58 diventa papa Giovanni XXIII che di lì a qualche anno convocherà il Concilio vaticano II (1962-’65). Una rivoluzione per la Chiesa.
Nel ‘59, don Lorenzo scrive a Nicola Pistelli, direttore di Politica, una rivista della sinistra cattolica, “Un muro di foglio e di incenso”, uno straordinario documento che precorre la nuova impostazione conciliare sui rapporti interni alla Chiesa cattolica. Pistelli non ha il coraggio di pubblicarlo.

Intorno al ’60 scopre di avere un tumore ai polmoni

11 febbraio 1965, nel corso di un’assemblea i cappellani militari della Toscana in un comunicato definiscono l’obiezione di coscienza “espressione di viltà”. Don Lorenzo elabora con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana la risposta ai cappellani militari, stampata in mille copie iniziali. Difende il diritto ad obiettare ma soprattutto il diritto a non obbedire acriticamente. Esplode la polemica, il priore è minacciato di venir sospeso a divinis dal vescovo Florit e denunciato, da alcuni ex combattenti, alla procura di Firenze. Viene processato, insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini, per apologia di reato, a Roma dove si stampa la rivista comunista. In vista del processo, non potendo parteciparvi perché malato, prepara la Lettera ai giudici. Il 15 febbraio 1966 i giudici romani, dopo tre ore di camera di consiglio, assolvono Lorenzo Milani e Luca Pavolini perché il fatto non costituisce reato.
Don Lorenzo morirà prima del processo d’appello in cui la corte sentenzierà la condanna per Pavolini a cinque mesi e dieci giorni. Per il priore di Barbiana “il reato è estinto per morte del reo”. Una condanna.

Del ’67 è invece Lettera a una professoressa, un’opera scritta dalla scuola di Barbiana collettivamente contro la scuola classista che boccia i poveri. I giudizi sulla scuola italiana sono trancianti, irrevocabili. La lettera verrà tradotta in te-desco, spagnolo, inglese e perfino giapponese.

Nel marzo ‘67 la malattia si aggrava. Gli impedisce di parlare, comunica con dei biglietti. Due giorni prima di morire il “signorino” Milani borbotterà con la consueta ironia: “Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa per la cruna di un ago”.

Muore il 26 giugno ‘67. Ad appena 44 anni. È la vigilia di un ‘68 che non capirà mai fino in fondo don Milani.

Il testamento

Proprio lui, così aspro e tagliente, lascia un commovente e dolcissimo testamento a due ragazzi della scuola di Barbiana, Francuccio e Michele Gesualdi, che il priore aveva praticamente adottato, e a Eda Pelagatti, la “perpetua”, quasi una sorella, che l’aveva curato e seguito in tutta la sua vita di sacerdote. Il testamento parte con una sparata alla don Milani, ma poi si sgonfia, anzi… cresce e si illumina di tenerezza.

Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
non ho punti debiti verso di voi, ma solo crediti. Verso l’Eda invece ho solo debiti e nessun credito. Traetene le conseguenze sia sul piano affettivo che su quello economico.
Un abbraccio affettuoso, vostro

Lorenzo

Cari altri,
non vi offendete se non vi ho rammentato. Questo non è un documento importante, è solo un regolamento di conti di casa (le cose che avevo da dire le ho dette da vivo fino a annoiarvi).
Un abbraccio affettuoso, vostro

Lorenzo

Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.
Un abbraccio, vostro

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